scrivereIn questo periodo sto leggendo delle cose che mi hanno fatto ripensare il mio rapporto con la scrittura, ma non solo. Poco tempo fa, sul mio “vecchio” blog esistenzialista, ho parlato dell’importanza della lettura. Oggi invece, proverò a spiegare in che senso scrivere possa rappresentare un impulso vitale quanto il respiro. E, in qualche modo, altrettanto utile.

Scrivo da quando sono stata capace di tracciare delle lettere con la matita. Ho i diari di qualsiasi periodo della mia vita (o quasi: da qualche anno a questa parte, ho frammenti scritti in giro e poi ho il blog). Ci sono i primi diari, volumetti leziosi acquistati e riempiti amorevolmente quando ero una bambina. Una figlia unica con tanto tempo a disposizione e tanta voglia di raccontare quello che accadeva e che si riduceva, sostanzialmente, alla narrazione delle ricreazioni a scuola e dei primi battibecchi con gli amici. Poi c’è il periodo di passaggio, in cui scrivevo sulle agende della banca (che immagino ora non vengano più regalate ai correntisti, perché non ne vedo da anni) e raccontavo dei primi turbamenti alle medie, quando non capivo assolutamente niente e avevo la testa piena di farfalle, tremiti, paure, ed ero una sciocchina come lo sono tutti, a quella terribile età. E poi ci sono stati i diari delle superiori, in cui invece a giudicare dai miei scritti ero una specie di dark lady decadente. Non vado oltre: tutto sommato, quello che ho scritto io in quegli anni importa solo a poche persone. Forse importa solo a me stessa, ma c’è una cosa che invece è davvero significativa: credo che scrivere mi abbia salvata. Mi ha salvata in centinaia di maniere. Mi ha salvata dall’incomprensione, mi ha salvata dalla solitudine, dalla tristezza, dalla rassegnazione. Mi ha fatto percepire che un impulso che non capiamo può essere sviscerato e disinnescato. Le parole sono una magia. Le parole mi hanno fatto smettere di piangere, mi hanno fatto passare attraverso anelli infuocati, mi hanno insegnato che scrivendo si può resistere praticamente a tutto.

E qui arriviamo alla parte meno intimista. L’ho detto per me, ma credo possa valere quasi per tutti. Raccontando si resiste. Raccontando si esiste. E badate, non serve che quelle parole le legga nessuno, almeno in un primo tempo. Si inizia sempre a scrivere per sé stessi. La fiamma si accende per riscaldare il nostro cuore e poi però, in alcuni casi, ci rendiamo conto di qualcos’altro: abbiamo in mano un fuoco che può dare conforto anche agli altri. Si tratta di una scoperta eclatante e bellissima. Quando ho aperto il mio primo blog, l’ho fatto perché non potevo farne a meno. Avevo imparato come funzionava WordPress e improvvisamente mi è stato chiaro che non potevo star senza pubblicare le mie balzane idee, i miei racconti, le mie sensazioni. Così, dal 2009 a oggi, ho scritto diverse decine di post. Ma poi, appunto, si va oltre: e ogni tanto ho intercettato pensieri altrui, ho contribuito a creare immedesimazione, e speranza, e comprensione. Forse è pochissimo, ma forse non proprio. Insomma. Si sta parlando della possibilità di stabilire contatti, brevi ma non banali, con persone che altrimenti non avremmo mai conosciuto.

Tutto questo calderone mi è venuto in mente in questo periodo, per due motivi. Uno lo racconterò oggi, l’altro invece lo terrò in serbo per un altro giorno.

Una cara amica mi ha regalato il libro di Yoani Sanchez, Cuba Libre. Di lei avevo già sentito parlare, essendo una (quasi) assidua lettrice di Internazionale. Solo che leggendo i suoi trafiletti settimanali non avevo mai percepito la difficoltà di quello che sta facendo e anche il profondo valore di scrivere esattamente ciò che sta scrivendo. Le sue parole – non posso esserne sicura, ma lo posso immaginare – devono sembrare un faro per tutte quelle persone che, cresciute quando del sogno cubano rimanevano quasi solo i limiti, avranno avuto molte volte il dubbio di vivere in un mondo parallelo. Leggendo le sue descrizioni surreali dei notiziari di regime contrapposti alla realtà, ho capito quanto può essere necessario ricordare ai propri connazionali che non sono soli con le difficoltà quotidiane. Scrivere quelle cose e farlo su un blog rappresenta anche un modo per far sapere al mondo di cosa è fatta la vita del cubano medio: di code ai negozi, di cibi introvabili, di scelte di vita complicate. Yoani racconta per resistere – una resistenza all’informazione deviata, alle assurdità del regime, allo scoramento che legittimamente coglie le persone limitate nelle loro libertà.  Yoani racconta per esistere – per far sapere, con un computer scassato e una labile connessione, che lei esiste, insieme a tanti cubani dimenticati dall’informazione non solo nel suo paese, ma anche nei nostri, dove si parla dell’isola caraibica una volta all’anno, quando si fanno illazioni sulla salute di Fidel Castro.

Raccontare, insomma, può essere non solo la cura per noi stessi. Può diventare un grido di ribellione, un atto di rivincita, un modo di dire al mondo “ci sono, questo è lo spazio che occupo, questo è ciò che mi spetta e che rivendico”.

Scrivere non è solo un gesto intimo, profondo, è anche un ponte verso gli altri. E, nell’era del web, ogni nostro post online diventa un messaggio nella bottiglia, pronto a precipitare, per gli strani scherzi del destino, nelle mani di chi è disposto a leggerlo.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *