Formule come content marketing e native advertising sono ormai entrate nel lessico di chi si occupa di digitale.

Con la prima ci si riferisce all’utilizzo strategico dei contenuti per attirare utenti al proprio sito web e trasformarli in potenziali clienti (seguendo le logiche dell’inbound marketing), mentre il native advertising è sostanzialmente una forma di pubblicità che si integra nel contesto in cui è inserita.

Proviamo a conoscere meglio questa tipologia di pubblicità, andando per punti.

1. Cos’è il native advertising?

pubblicità nativaSecondo il blog di Semrush queste sono le quattro caratteristiche degli annunci pubblicitari che rientrano nella categoria del native advertising:

  • Assumono la forma del contesto in cui sono inseriti.
  • Ereditano la funzione della piattaforma in cui vivono (es: il like di Facebook).
  • Non interrompono la navigazione dell’utente.
  • Sono rilevanti per l’utente che li visualizza

Proprio per queste caratteristiche, la pubblicità nativa – meno invadente rispetto ai banner e ai pop-up – è in grado di catturare l’attenzione di utilizzatori sempre meno disponibili a farsi irretire dagli annunci tradizionali.

In realtà il native non è qualcosa di completamente nuovo, ma ha un importante precursore: il pubbliredazionale, un formato esistente nella carta stampata. Si tratta di un contenuto editoriale dal chiaro intento promozionale, che dovrebbe risultare ben distinto dagli articoli di taglio esclusivamente giornalistico.

Grazie al digitale, però, il “vecchio” pubbliredazionale diventa qualcosa di più raffinato: scegliere il giusto target, infatti, può migliorare di molto l’efficacia del contenuto promozionale.

2. Quanto costa il native advertising?

Il prezzo di una campagna di native advertising dipende molto dalla piattaforma dove si decide di pubblicare.

Il native infatti non vive soltanto all’interno di grandi siti editoriali (Corriere, Repubblica, La Stampa…) ma funziona molto bene anche all’interno dei social network, come Facebook, Youtube, Instagram e Twitter.

Numerose aziende lo stanno già utilizzando: per esempio Leerdammer, che sulla propria pagina Facebook si affida all’ironia dei The Jackal per promuovere i propri prodotti.

The Jackal Leerdammer

Per tornare al tema del prezzo, dunque, non esiste un vero e proprio standard. Sui social si possono realizzare campagne piccole e ridurre i costi, mentre altre tipologie di native (come quelle sulle piattaforme dedicate o sui grandi siti editoriali) possono necessitare di un budget consistente.

3. Chi può utilizzare il native advertising?

Sebbene siano soprattutto le grandi aziende a potersi permettere campagne di native particolarmente efficaci e creative, anche le PMI possono utilizzare questi formati. In particolare, piccole aziende e professionisti potrebbero affidarsi ai social dove, come abbiamo già accennato, è possibile impostare piccole campagne senza spendere una fortuna.

Prendete il caso di questa libera professionista, che promuove i suoi corsi online attraverso un post sponsorizzato su Instagram.

native-advertising-instagram

 4. Chi lo fa bene?

Come spesso avviene, più della teoria contano gli esempi pratici.

Ecco dunque qualche caso di utilizzo efficace della pubblicità nativa.

Netflix ha vinto il premio di “Marketer of the year 2016” assegnato da Ad Age, grazie al suo sapiente uso del native advertising.

Un esempio interessante? La pubblicazione sul New York Times del longform “Women Inmates”, che parla della condizione femminile nelle carceri. Pur avendo come obiettivo quello di pubblicizzare la serie “Orange is the new black”, questo contenuto a pagamento può essere considerato un vero e proprio reportage.

Vodafone ha addirittura creato sul sito de El Pais un’intera sezione dedicata all’innovazione, ricca di contenuti interessanti.

Ma non è sempre necessario puntare ai più grandi editori internazionali: Qapla, piattaforma per la gestione delle spedizioni che si integra con diversi e-commerce, scegli infatti il blog di Marco Cavicchioli per la propria promozione.

5. Native advertising: quando funziona?

Eccoci arrivati al cuore del discorso. Tutto bello, interessante, stimolante: ma alla fine come si fa a capire se questa tipologia di pubblicità funziona o meno?

Molte informazioni e approfondimenti interessanti si trovano nelle fonti di questo articolo, ma per ora i parametri che vengono considerati più importanti sono

  • numero visualizzazioni dell’articolo;
  • numero di condivisioni sociali dell’articolo;
  • tempo speso sulla pagina

Non si parla certo di acquisizione di lead o di profitti generati da questo tipo di contenuto, che quindi sembra avere come principale obiettivo la brand awareness.

Certo possono esserci eccezioni, ma lavorare sul native potrebbe non essere la strategia giusta quando si cerca di aumentare rapidamente il numero di conversioni oppure ottenere nuovi contatti qualificati.

Invece, il native rimane un’ottima risorsa per mettere in buona luce il  proprio brand e incuriosire gli utenti della rete con pubblicità creative e perfettamente calate nel contesto.

 

FONTI

  • http://nativeadvertisinginstitute.com/blog/netflix-great-native-advertising/
  • https://it.semrush.com/blog/native-advertising-cos-e-e-come-farlo/
  • http://www.datamediahub.it/2016/06/20/native-advertising-trends-2016/
  • http://www.webinfermento.it/native-advertising/

 

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