Goodvertising

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Di Goodvertising si parla ormai da alcuni anni.

Già nel 2012 il Guardian raccontava il fenomeno segnalando il fatto che alcune grandi compagnie stessero cambiando radicalmente il proprio messaggio.

“Se vogliamo un mondo migliore, dobbiamo raccontare una storia migliore”: quello che nel 2012 facevano solo alcuni oggi è diventato un must.

Nell’era dello storytelling, sono sempre di più i messaggi promozionali che preferiscono trasmettere valori forti da associare al prodotto.

L’era del consumismo a tutti i costi sembra ormai agli sgoccioli, complice un’opinione pubblica che ha vissuto anni di crisi economica e che si riconosce sempre più nelle tematiche ambientali e sociali.

Goodvertising

Il libro di Thomas Kolster ha richiamato l’attenzione su questo fenomeno

Ma cosa ha spinto i grandi brand in questa direzione? Per alcuni, come Coca Cola, parlare di sostenibilità è stato necessario per riabilitare un marchio che era sotto attacco da anni.

Per altri, si è trattato di consolidare un posizionamento. Nel 2011, Patagonia lanciò un’inedita campagna per il Black Friday americano, chiedendo ai consumatori di non comprare i suoi capi di abbigliamento. Una voce contro gli sprechi che allora fece scalpore e conferì al brand un nuovo spessore valoriale.

We think business is one of the most powerful tools for change”, affermò in quella circostanza il marketing director dell’azienda.

A distanza di qualche anno le pubblicità buone sono sempre di più: dall’advertising di Guinness sull’inclusione sociale a quello di Google sull’importanza delle Search, senza dimenticare i grandi brand di moda che ora si richiamano al consumo consapevole, come H&M. 

Questo fiorire di iniziative potrebbe però un limite: quello di spingere i consumatori all’assuefazione.

Ecco perché occorre saper dosare con attenzione i contenuti delle campagne, evitando che anche la bontà finisca col perdere di significato e si trasformi solo nell’ennesima moda destinata a essere superata.

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