Il tema della reputazione online non è certo nuovo: da tempo, infatti, si parla del pericolo di rendere pubblici contenuti dei quali un giorno potremmo pentirci.

Viene da dire che in questo caso l’antico motto repetita iuvant non sembra tanto efficace. O almeno così riflettevo qualche giorno fa, scorrendo il mio feed di LinkedIn e trovando post che mi sembravano a dir poco discutibili.

Erano i giorni in cui il dibattito pubblico italiano verteva sulla questione della Sea Watch e per un attimo il mio feed di LinkedIn mi è sembrato pericolosamente simile a quello di Facebook. Opinioni espresse spesso in maniera villana, con ampio uso di turpiloquio ed espressioni offensive.

Sull’onda del momento, ho scritto questo post su LinkedIn

Diversamente dal solito (su LinkedIn ho parecchi contatti, ma non sono certo una “star”), ho avuto molte reazioni a questo contenuto. Molti condividevano quello che avevo scritto e qualcuno ha spiegato che stava già cercando di ripulire il proprio feed dai contenuti che riteneva inappropriati.

Gestire la reputazione online in un mondo senza barriere

Il problema però non è soltanto il nostro feed, la “bolla” delle persone che decidiamo di seguire. Ci troviamo di fronte, a mio parere, a un nuovo fenomeno. Oggi più che mai le persone mischiano completamente i diversi piani; così, anche sul social network lavorativo per eccellenza, emergono posizionamenti personali.

indossare una maschera può aiutarci a salvare la nostra reputazione online

Perché questo avviene? Provo a dare una mia interpretazione partendo da un assunto piuttosto comune. Si dice spesso che non esistono più compartimenti stagni quando navighiamo online. Provate a dare un’occhiata ai vostri feed: notizie terribili si alternano a foto di meravigliose mete turistiche, gattini, scarpe in sconto al 50% e poi di nuovo alluvioni, nubifragi, riscaldamento globale, cuccioli di cane.

Anche quando vogliamo fare le persone serie e andare su una testata editoriale per leggere soltanto notizie di politica nazionale, un popup cerca di attirare la nostra attenzione parlandoci di qualcosa di molto più frivolo. Ovunque, poi, viene chiesta la nostra opinione. Commentare articoli e dire la propria su qualsiasi argomento è diventato sport nazionale. [Per carità, questo succedeva anche al bar o in piazza, ma i discorsi restavano confinati in un perimetro ben preciso].

Quindi, proviamo a schematizzare:

  1. Siamo sommersi da un flusso informativo disordinato, l’equivalente della funzione shuffle in un iPod, dove ci tocca ascoltare in successione Mozart, i Rage Against the Machine, Tiziano Ferro, Rihanna ed Ennio Morricone.
  2. Ovunque ci viene chiesto di commentare, condividere, prendere posizione. Ci deve sempre essere contrapposizione fra posizioni divergenti, perché questo aiuta a mantenere alta l’attenzione in un’epoca in cui proprio l’attenzione è il bene più deperibile in assoluto.
  3. A questo punto, è naturale che la giustapposizione tracimi e che diventi un modo di esprimersi comune, in qualsiasi contesto.

E quindi eccoci qua: anche una piattaforma verticale come LinkedIn rischia di diventare un campo di battaglia. L’ennesimo.

Uno, nessuno e centomila

Ognuno di noi è tante cose e si presenta in diversi modi. Possiamo essere figli, genitori, compagni, mariti, mogli, collaboratori, superiori, amici. Ogni volta indossiamo una maschera o per meglio dire selezioniamo quale parte di noi mettere in scena.

La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi.

Uno, nessuno e centomila. 1925 Luigi Pirandello

Pirandello quasi 100 anni fa indagava la complessità dell’animo umano col suo magistrale romanzo. Mi spiace ma devo darvi una pessima notizia: oggi, con l’avvento di internet, le cose sono maledettamente più complicate.

Ognuno di noi viene visto e vissuto dagli altri in base a ciò che espone di sé; questo vale a maggior ragione online, quando può capitare di “incontrare” una persona prima ancora di conoscerla realmente.

Certo, ha ragione Anna Maria Testa quando afferma in un bell’articolo che il tema della reputazione esiste da prima di internet. Ma non posso fare a meno di notare che la sfida della reputazione online porta la complessità a un livello più alto.
I professionisti che si “rovinano” su internet potrebbero essere estremamente attenti a quello che fanno sul posto del lavoro, ma poi non cogliere la necessità di indossare la maschera giusta quando frequentano piattaforme verticali come Linkedin.

Non so come la vediate voi, ma io mi espongo solo su Facebook e cerco di mantenere sempre toni ragionevoli, partendo dall’idea che non vorrei mai dovermi vergognare di quello che ho scritto rileggendolo. Non tanto delle idee (che possono essere condivisibili o meno) ma del modo in cui le espongo, che deve basarsi sull’educazione e sul rispetto.

Certo, qualche mio contatto di lavoro potrebbe sbirciare su Facebook, leggere le mie opinioni e non trovarsi d’accordo, ma è come se mi seguisse fino al pub e ascoltasse ciò che dico in quel contesto. Su LinkedIn non troverà indicazioni di questo tipo e ritengo che sia giusto così.

E voi, cosa ne pensate? Quanto siete attenti a come vi presentate online?

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