Comunicare sembra essere l’imperativo categorico del nostro tempo. Mai come oggi esistono opportunità per condividere il proprio pensiero su un’infinità di piattaforme gratuite; mai come oggi le aziende si interrogano su dove essere presenti e cosa raccontare di sé; mai come oggi, gli individui sono fruitori (e spesso creatori) seriali di contenuti. Ma tutta questa comunicazione è buona, efficace, significativa?

Per capirlo abbiamo intervistato Guido Poli, communication trainer and coach.

Guido, puoi spiegarci esattamente in cosa consiste il tuo lavoro e come sei arrivato a dedicarti a questo ambito?

Lavoro da quasi tre decenni nella comunicazione: una quindicina di anni passati nelle agenzie di pubblicità come copywriter, poi consulente per società di comunicazione e di aziende. Mi sono occupato, oltre che di creatività, di strategia e posizionamento di marca. Poi sono progressivamente passato all’insegnamento: prima la comunicazione pubblicitaria e i linguaggi di marca.  Per poi fare un salto, in tempi più recenti, nella formazione aziendale: i temi sono sempre quelli della comunicazione ma spostati sul piano della comunicazione interpersonale. Oggi faccio il trainer e il coach su argomenti come la comunicazione consapevole, l’ascolto attivo, il feedback, il public speaking e le presentazioni efficaci, la comunicazione d’impatto e lo storytelling, la comunicazione come leva di leadership. Insomma cerco di mettere insieme il meglio di tre mestieri diversi: il pubblicitario, il formatore, il coach.

Nel tuo blog parli di due macro categorie: comunicare agli altri e comunicare a se stessi. Come mai questa distinzione?

Fotografa le mie aree di lavoro e di competenza: “Comunicare agli altri” tratta i temi della comunicazione delle aziende e dei brand. Ma anche quella dei singoli manager e professionisti che devono dare efficacia e unicità ai loro messaggi. E di come rendere questa comunicazione più efficace, persuasiva, coinvolgente. “Comunicare a se stessi” raccoglie invece riflessioni e spunti sul dialogo interno che ognuno di noi ha con se stesso, dialogo che genera idee, convinzioni, credenze che a volte ci aiutano, a volte ci ostacolano. E tocca il mondo del coaching, strumento con il quale aiuto le persone a vedere e sviluppare i propri talenti, risorse personali, potenziale.

In realtà fra i due mondi non c’è separazione ma continuità: il filo rosso che li unisce sono le parole, quelle che pensiamo, che diciamo, che scriviamo. Anche perché il modo in cui comunico ogni giorno a me stesso, avrà un impatto decisivo su come finisco per comunicare agli altri.

Puoi raccontarci, in base alla tua esperienza, qual è la sfida comunicativa più grande che devono affrontare aziende e individui?

Per le aziende: da quello che vedo le aziende fanno fatica a inventarsi una comunicazione meno “paludata”, ufficiale, rigida, cioè stentano a trovare una comunicazione più autentica  che, però, sempre più il pubblico chiede. Una comunicazione indispensabile per accorciare le distanze con clienti, partner, fornitori, comunità locali, mass media. Dall’altro c’è la sfida della comunicazione interna, resa possibile dall’esplosione del digitale. Sfida assolutamente nuova per buona parte delle aziende italiane che consiste, ancora una volta, nel trovare un modo credibile di comunicare efficacemente a una nuova audience: i propri dipendenti.

Per quanto riguarda i singoli individui: credo che oggi abbiamo tutti bisogno di un extra di consapevolezza di comunicazione. Nell’epoca dei siti e blog (aziendali e personali), dei video auto-prodotti, delle interviste, delle conferenze stampa, degli eventi di settore, ogni tua apparizione contribuisce a creare il tuo brand, la tua credibilità, la tua attrattività. Oggi siamo tutti copywriter e sceneggiatori di noi stessi e credo ci serva sviluppare una sensibilità di comunicazione nuova, sensibilità che una volta era patrimonio esclusivo di chi lavora nel mondo dei mass-media. Ecco, il salto evolutivo ha a che fare con questo. Anche perché online oggi ci sono 3 miliardi di persone, con cui palare e fare business, che fra 5 anni saranno 6. Sarà meglio imparare e comunicare come si deve!

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