Correvano i lontani anni ’90…

La prima volta che mi hanno parlato approfonditamente dell’Unione Europea, è stato a scuola. Era la fine degli anni ’90, frequentavo il liceo e la mia classe era stata scelta per un progetto pilota che avrebbe dovuto indagare le ripercussioni del Trattato di Maastricht e dell’unione monetaria sulla vita dei cittadini. Siamo stati spinti a confrontarci, a mettere sul piatto pro e contro.

Ricordo, anche se sono passati molti anni, che alcuni di noi si erano lamentati di quanto si ponesse l’accento sull’economia anziché sui valori e sui processi politici.

Eravamo adolescenti e magari non capivamo molto dei grandi passaggi che ci saremmo trovati ad affrontare, ma in maniera embrionale e confusa vedevamo già dove stava la principale lacuna dell’UE: quella di sembrare un patto di crescita economica, più che un vero e grande progetto di unione di popoli.

Fast forward. L’entrata in vigore dell’euro, la fase della Partnership Euromediterranea e dell’allargamento a Est. I primi 2000 sono stati anni di forte europeismo: anche se i problemi non mancavano, l’economia andava bene e sembrava che l’UE fosse la giusta risposta alla globalizzazione e al nuovo ordine multipolare.

Nel frattempo, io iniziavo l’Università e l’Europa diventava sinonimo di Erasmus: una fantastica opportunità che ha davvero cambiato la mia vita. L’ha cambiata almeno quanto l’abbattimento dei confini (ricordo l’emozione di passare attraverso ex frontiere dismesse, nel mio primo lungo viaggio in auto) e la moneta unica.

Di quei mesi a Malta non ricordo tanto i momenti di divertimento sfrenato che molti associano all’Erasmus, quando le intense chiacchierate con chi veniva da altri Paesi. Abbiamo parlato della società, del cibo, dell’amore, della politica, della musica. Siamo stati insieme per poco tempo, ma è bastato per cambiare mentalità. E sì, quei mesi sono stati fondamentali anche per imparare a parlare e scrivere in inglese in maniera fluente, preparandomi al mondo del lavoro.

Più tardi, una buona conoscenza delle lingue è stata fondamentale per poter fare un’altra esperienza europea molto importante: il tirocinio a Bruxelles, sotto gli auspici del progetto Leonardo.

Non me ne voglia il Ministro Poletti, ma esiste qualcosa che va oltre il calcetto e le raccomandazioni: si chiama bando di concorso, e lo può vincere anche chi non conosce nessuno ai piani alti (almeno, questa la mia esperienza coi bandi europei).

A Bruxelles ho passato uno dei periodi più belli e stimolanti della mia vita: una città-fulcro, piena di persone di ogni nazionalità, poliedrica e multilingue, dove la presenza delle istituzioni attira talenti da tutta Europa e non solo. 

Se non fossero esistiti questi due progetti, Erasmus e Leonardo, non so cosa farei oggi. Perché mi ero appena laureata e da lì è davvero iniziato tutto: un lavoro che mi ha dato la possibilità di conoscere le Istituzioni, e poi di occuparmi di comunicazione digitale, e poi di “sbarcare” a Milano dove ho sempre trovato opportunità interessanti.

Sarebbe stato lo stesso se non avessi studiato e lavorato all’estero? Se avessi conosciuto male le lingue? Se avessi dovuto passare i primi mesi dopo la laurea alla ricerca di tirocini spesso poco qualificanti e mal pagati?

No, non credo. Per questo dico convintamente che l’Europa ha cambiato la mia vita.

Ma adesso l’Europa deve cambiare…

Sembra impossibile che la percezione dell’UE sia cambiata così tanto negli ultimi anni. Certo la crisi economica ha giocato un ruolo importante, ma poi ci sono state le scelte politiche e la sensazione – stavolta diffusa non fra alcuni ragazzini di un liceo di provincia, ma fra tanti cittadini europei – che l’Europa preferisse difendere i grandi interessi economici rispetto a quelli dei cittadini.

Una cartina di tornasole è stata la crisi della Grecia, un Paese che avrebbe potuto essere salvato con una manovra economica europea, e che invece si è preferito lasciar precipitare in un baratro di austerità e devastazione sociale*.

Poi sono subentrate diverse forme di egoismo: la paura dei fenomeni migratori, la tentazione (purtroppo assecondata) di “esternalizzare” il problema facendo accordi con regimi a dir poco discutibili.

Ma un attimo: mentre tutto questo accadeva, l’UE non smetteva di fare cose molto importanti. I progetti di scambi fra licei e università europee, continuano. I Fondi dell’UE arrivano e finanziano cultura, energia sostenibile, riqualificazione urbana. Non tutto va a catafascio, tutt’altro. Ma, con la complicità delle forze politiche nazionaliste e di una stampa che di Europa sembra pronta a parlare solo in caso di problemi, si rischia che prevalgano solo gli aspetti negativi dell’UE.

Forse è anche colpa di noi europeisti: perché sembra sempre meno efficace la nostra capacità di narrare l’Europa che funziona.

Dobbiamo essere noi i primi ambasciatori di questa Europa che ha cambiato la nostra vita. Anche e soprattutto oggi, quando è così in difficoltà a cambiare se stessa. 

 
*se vi va di approfondire, scrivetemi per ottenere il link al documentario “Il Labirinto Greco” che ho realizzato nel 2015.

 

 

Tags:

2 thoughts

  • Francesca De Feo

    Bellissimo articolo! Lo farò leggere ai miei figli liceali perché si sveglino un po’!
    Certo la questione però è che bisognerebbe creare una società che dia possibilità anche a chi ha meno risorse intellettuali ( per povertà educativa o anche geneticamente). Mi mandi il link? Lo guarderei con immenso piacere!

    • admin

      Cara Francesca, grazie per l’apprezzamento 🙂 Sono d’accordo con quanto dici, sul fatto di ampliare le possibilità per tutti. Comunque per fare esperienze europee non serve essere geni, il più è proprio conoscere le opportunità che esistono. Che link ti interessa in particolare?

Lascia un commento