Vi chiedo di focalizzare questa scena.

In un pub, un gruppo di persone si beve una birra. Hanno tutti gli occhi fissi sul cellulare. Di tanto in tanto, commentano quello che vedono sul feed delle notizie. Si scambiano velocemente qualche battuta, poi ognuno torna a concentrarsi sul proprio schermo.

Un’altra scena. Una coppia cena al ristorante, i due intervallano la contemplazione del monitor con qualche stentata chiacchiera.

Potremmo andare avanti: le pause pranzo dove tutti hanno lo smartphone appoggiato a fianco della forchetta, le conferenze durante le quali i partecipanti scrutano con impazienza la mail, le riunioni di lavoro dove dopo pochi minuti la mano corre con malcelata impazienza all’onnipresente cellulare.

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Volutamente, in nessuna di queste scene compaiono adolescenti o giovanissimi.

Ho voluto rappresentare il rapporto degli adulti, o meglio, della generazione di mezzo, con questi strumenti. Ma come la vogliamo definire questa generazione di mezzo? A spanne, potremmo dire che racchiude gli individui nati in un mondo quasi completamente analogico e cresciuti insieme al digitale. Una generazione dove ci si ricorda com’è fare una ricerca per la scuola guardando le enciclopedie, senza l’aiuto di internet. E nella quale le persone, come prima “dipendenza” digitale, ricordano i video games e non i social network.

Ecco, a questi miei amici della generazione di mezzo, vorrei dire una cosa: abbiamo un problema.

Non vorrei generalizzare troppo, ma parlando con le persone che mi circondano, ho scovato diverse pessime abitudini  con le quali stiamo imparando a convivere. E delle quali dovremmo invece liberarci per avere un rapporto sano con la tecnologia.

Andiamo a letto e ci svegliamo col cellulare.

Chi si ricorda la vecchia cara sveglia? Ormai è stata sostituita da quella presente su ogni cellulare, e va da sé che la prima cosa sulla quale posiamo gli occhi – letteralmente appena li apriamo – sono le notifiche dello smartphone.

Vuoi non guardare se qualcuno ha commentato su Facebook? Vuoi non controllare quanti cuoricini ha ottenuto l’ultima foto su Instagram? E le mail, ne sarà arrivata qualcuna importante?

Peccato che se poi davvero si verifica qualcosa di preoccupante – una mail urgente, un commento negativo – iniziamo la giornata, senza mediazioni, in uno stato di ansia.

Anche gli ultimi minuti prima di dormire trascorrono spesso alla luce artificiale del telefono. Poi, magari, ci lamentiamo di soffrire di insonnia…

 Conviviamo con un costante male al collo.

Forse non lo sapevate, ma non ci è venuta la cervicale o il mal di schiena perché così succede a tutti dopo i 30 anni. Ok, forse per qualcuno sarebbe andata ugualmente così, ma avete mai fatto caso a quanto tempo passiamo col collo piegato a un angolo innaturale per scrutare il telefonino? Ormai esiste un nome per questo assiduo male al collo che ci portiamo dietro: text neck (The Guardian ne parlava già nel lontano 2014).

Facciamo una maledetta fatica a concedere la nostra attenzione incondizionata a qualcuno o qualcosa

Quanto tempo riusciamo a far trascorrere senza provare l’impulso di sbirciare le notifiche? Quante volte, quando un amico ci sta parlando, ci distraiamo e guardiamo il telefono? E ancora, a quale riunione siamo andati senza portarci il nostro diversivo mobile in tasca? Crediamo che queste interruzioni non abbiano conseguenze ma purtroppo non è così: per quanto ci piaccia raccontarcelo, non siamo in grado di gestire più cose contemporaneamente (qui trovate un articolo del Times che rimanda a una ricerca del Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, secondo la quale basterebbe il suono delle notifiche a nuocere alla nostra produttività) .

Insomma: se non dedichiamo attenzione a quello che stiamo facendo, rischiamo di perdere molto più tempo di quanto ci pare – erroneamente – di averne guadagnato rimanendo sempre connessi.

Alla fine pare che il problema sia questo: la paura di perdersi qualcosa (e anche in questo caso esiste un simpatico acronimo: FOMO, fear of missing out).

Il problema è che per inseguire status, notifiche, email ed aggiornamenti ci perdiamo tutto quello che ci circonda. Perdiamo salute, relazioni, concentrazione, efficienza. Davvero non siamo capaci di cogliere solo gli aspetti positivi del prodigio di tecnologia che portiamo in tasca?

Anche a noi, soprattutto a noi, occorre un’educazione al digitale

Ci siamo crogiolati con l’idea che noi fossimo troppo “grandi” per sviluppare una dipendenza dai cellulari, ci siamo rassicurati pensando che sarebbe stato un problema solo di chi è nativo digitale. E invece, sorpresa, molti di noi ci sono dentro.

Un indizio: quante persone ammettono che prima leggevano molto di più?

“Eh ma adesso si legge uguale, solo che lo facciamo sullo smartphone”

Purtroppo  c’è una bella differenza fra scorrere un feed o fare una ricerca online – in un luogo denso di distrazioni come il web – e concentrarsi nella lettura di una rivista o un romanzo.

Pensiamo in particolare alla lettura di un libro: la possibilità di immedesimarci in un personaggio o di immergerci totalmente in una narrazione viene meno quando interrompiamo continuamente la lettura per cliccare su un link o controllare cosa succede su Facebook.

E negli anni, complice il fatto che dopotutto “leggiamo tutto il giorno” ho visto robusti lettori accontentarsi di un paio di romanzi all’anno adducendo la scusa di avere poco tempo.

Io stessa ho deciso di scrivere questo articolo dopo essermi accorta che procrastinavo la lettura di un romanzo per guardare sul cellulare:  non avevo urgenze da affrontare, avevo già guardato più volte il feed di tutti i social possibili e immaginabili, eppure non riuscivo a staccarmi da quello schermo. E così mi perdevo preziosi minuti di piacevole lettura del libro.

Siamo adulti, siamo genitori, siamo figli. Abbiamo le radici salde nel vecchio mondo ma conosciamo come le nostre tasche il nuovo.

Se non riusciamo, noi della generazione di mezzo, a educare noi stessi alla corretta fruizione dei media digitali, per chi verrà dopo sarà molto più difficile

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3 thoughts

  • Piero De Grossi

    una serie di considerazioni molto interessanti. Ho due figlie ventenni che sono trascinate dalla corrente social a tutti i costi per anno di nascita. Sono gemelle, una si impone di non essere connesse a tutti i costi, l’altra è connessa a tutti i costi. Entrambe sono in qualche modo fuori posto. E pagano un prezzo sul piano culturale ed evolutivo. Il problema secondo me sono i contenuti di ciò che le varie piattaforme offrono o stimolano. Un po come per i palinsesti televisivi. E il problema di questo ha origini ‘commerciali’. E’ più facile generare traffico con argomenti di pronta beva e facile metabolismo che non impegnino troppo. Stimolare la riflessione presuppone che poi ci sia un momento tra se e se, e li l’utente lo perdi.
    Non ho una risposta, ovviamente. Ma trovo che sia utile portare l’attenzione sul vuoto che si sente se ci si disconnette per due ore o per mezza giornata. E’ su quello che bisognerebbe lavorare.

    • admin

      Grazie a entrambi per i vostri commenti. Come avrete capito non ho risposte pronte all’uso, ma mi faceva piacere condividere una riflessione sul momento – unico nel suo genere – che stiamo attraversando.
      La nostra libertà futura, a livello di pensiero critico e capacità di agire sulla realtà, passa anche da un corretto rapporto con questi strumenti. Nostro e di chi viene dopo di noi.

  • artbear

    infatti nella prassi quotidiana che le sfide della cittadinanza digitale si sviluppano, ed nell intervento attraverso una piena comprensione degli strumenti della prassi quotidiana che possibile sviluppare la consapevolezza, le competenze e le attitudini che servono.

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