I bambini di oggi fanno la loro comparsa sul web prima di proferire la prima sillaba. E’ giusto decidere per loro?

Adoro internet, ci tengo a precisarlo. E lo faccio perché sto per scrivere qualcosa che potrebbe suonare impopolare o anche inutilmente bacchettone.

Una premessa. Ho avuto il primo Amiga 1100 che ancora frequentavo le elementari. Con le medie, è arrivato il primo PC e in prima superiore ho finalmente avuto l’agognata connessione 56K. Ero finalmente connessa al mondo, i confini del mio paesello di 2000 abitanti diventavano improvvisamente intangibili.

Non esistevano i social, ma c’erano le chat. Mio padre entrava perplesso in camera mia chiedendomi con chi stessi chiacchierando. Erano quasi sempre chat completamente innocue, basate sulla musica o condivise con i compagni di liceo.

All’università sono arrivati i primi social: ricordo che mi iscrissi prima a MySpace (il mio profilo giace dimenticato da qualche parte) e soltanto nel 2007, dopo l’Erasmus, a Facebook. Avevo 25 anni.

Fine della premessa. Quello che volevo dire, è che per ragioni squisitamente anagrafiche ho sempre avuto la possibilità di scegliere come stare sul web. Chi è venuto dopo di me ha una dimestichezza ancora maggiore con internet e con i device tecnologici, ma spesso non ha quella che potrei definire l’educazione al web. Si viene catapultati in questo mondo ricchissimo, affascinante e pervasivo prima di avere sviluppato una piena consapevolezza di sé e questo talvolta può essere pericoloso.

Attenzione: i pericoli sono gli stessi della vita reale. Non è che sul web ci siano i mostri mentre nel mondo analogico possiamo fidarci di tutto e di tutti. Semplicemente, ciò che avviene sul web può diventare molto rapidamente di pubblico dominio e travalicare i limiti delle nostre esperienze private.

amiga 1100

Internet non è il nostro album fotografico

Se molti giovanissimi di oggi hanno difficoltà a capire fino in fondo che su internet “si scrive a penna e non a matita” (citazione del film The Social Network) forse qualche responsabilità ce l’ha anche il mondo degli adulti. Insegnanti, genitori ed educatori spesso faticano a spiegare come il web, con le sue infinite correlazioni, possa diventare un incontrollabile moltiplicatore.

Ma la cosa che da un certo punto di vista mi sorprende di più è come siano gli stessi genitori a utilizzare i social network come un album fotografico dove mettere in scena i primi momenti di vita dei loro bambini. Non perché ci sia qualcosa di male nell’essere orgogliosi e felici dei propri figli, intendiamoci.

Nessuno di noi si scandalizza se un genitore fa centinaia di foto ai propri bambini, le usa per tappezzare la casa e per riempire centinaia di album fotografici. Ma internet non è il nostro album fotografico, e postare foto dei nostri piccolini – a meno di non utilizzare tutti i possibili accorgimenti legati alla privacy che anche i social network offrono – è un po’ come fare delle affissioni pubbliche per strada.

Un articolo apparso qualche tempo fa sul caso dell’utilizzo dell’immagine di un bambino tragicamente scomparso mi sembra esemplare per spiegare un concetto importante: siamo in un’epoca ancora relativamente selvaggia del web, dove capita che le stesse agenzie pubblicitarie e gli organi di informazione utilizzino Google Immagini per acquisire fotografie. Anche se è sbagliato e anche se esiste una legislazione in merito (in divenire e perfettibile, ma c’è) sono ancora in tanti ad agire irresponsabilmente.

Non dico che ogni volta che postate la foto di un bambino potete aspettarvi che il giorno dopo compaia su una réclame, ma un rischio, sebbene infinitesimale, esiste. Perché internet oggi è anche questo, che ci piaccia o no.

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La possibilità di scelta

Sono una fanatica della libertà di scelta. Forse perché a casa mia le scelte importanti sono sempre state condivise, anche quando ero una ragazzina. Con l’eccezione delle elementari ho scelto le scuole che volevo fare, quasi tutti gli sport che volevo praticare e un mucchio di altre cose. Non si sono state grandi contrapposizioni su questi argomenti: il concetto era sostanzialmente “fai quello che ti senti di fare e che pensi ti possa piacere”.

Non sarebbe meraviglioso se i neonati iper postati di oggi potessero scegliere? Non adesso, è ovvio. Adesso devono imparare a parlare, a gattonare e a usare il vasino. Ma non sarebbe bello aspettare qualche anno, far maturare queste piccole persone e chiedere a loro cosa intendono fare con la propria immagine?

Lo so, lo so: come si fa a resistere quando tutti invadono il web con manine paffutelle, occhioni spalancati sul mondo e altre facezie? Ma pensate al valore educativo che può avere ragionare insieme ai bambini sulle implicazioni della presenza online. Siamo in un mondo dove prima dei colloqui di lavoro non è raro che il nome del candidato venga “googlato”. Imparare fin da piccoli il valore della presenza online potrebbe rivelarsi un asset fondamentale da grandi. E aiutare i bambini alle prime armi a difendersi da insidie come il cyber bullismo.

Approfondimenti e trucchi

 

 

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